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Il mouse muore a 40 anni un dito comanda il pc

8 Dic/08

La Repubblica
Troppo evoluto, è destinato a sparire: la tecnologia touchscreen” manda in archivio rotella e laser.

40 anni di onorata carriera. Ma la storia del mouse, presentato per la prima volta al pubblico il 9 dicembre del 1968 a San Francisco da Douglas Engelbart dello Stanford Research Institute, potrebbe concludersi a breve. Colpa delle tante tecnologie che vorrebbero sostituirlo per dare una svolta al rapporto fra uomo e computer oggi considerato troppo artificioso.

Compresa l’ultima e parecchio avveniristica chiamata G-Speak, inventata dalla Oblong Industries di Los Angeles. L’ennesima che tenta di trasformare in realtà quanto visto nel film di fantascienza Minority Report. Quando Tom Cruise, nei panni del detective John Anderton, richiamava immagini e documenti semplicemente muovendo le mani davanti a uno schermo sottile e trasparente. A prima vista sembra una di quelle classiche trovate destinate a restare su carta, se non fosse che G-Speak con i suoi guanti dotati di sensori di movimento costerà una cifra ridicola, il che aiuta, ed è stata sviluppata fra gli altri da John Underkoffler, ingegnere del Massachusetts Institute of Technology (Mit), come gli altri fondatori della Oblong, e consulente scientifico proprio nella pellicola di Steven Spielberg.

E pensare che il mouse è nato per lo stesso motivo, con l’idea di rendere più facile l’interazione con i computer. Cosa avvenuta sul serio solo nel 1983, quando la Apple lanciò il primo computer con interfaccia grafica a finestre gestibile con il puntatore di Engelbart chiamato Lisa. Il tutto acquistato da Steve Jobs al Palo Alto Research Center (Parc) della Xerox, divisione diventata famosa per le sue invenzioni rivoluzionarie svendute regolarmente a due lire dai manager che la guidavano.

“È la solita ricerca di un lessico più ampio”, sostiene Will Wright, grande guru dei videogame che fra Sim City, The Sims e Spore ha venduto nel mondo oltre 140 milioni di copie. In una recente lezione tenutasi a Torino durante la View Conference, è partito guarda caso dal mouse per spiegare la povertà del nostro linguaggio quando parliamo con le macchine.

“Attraverso i primi modelli di mouse, dotati di un unico tasto, si potevano esprimere solo due verbi: puntare e aprire documenti o cartelle. Poi – ha spiegato Wright – è arrivato il secondo tasto: chiedere. La rotella? Sta per “scorrere”, ovviamente. In seguito hanno fatto la loro comparsa i pulsanti laterali per andare avanti o indietro e oggi ne esistono modelli che arrivano perfino a 10 tasti che in pochi però adoperano sul serio.

E a ben pensarci è incredibile che riusciamo a fare tutto quel che facciamo con i computer partendo da un vocabolario di appena dieci parole”. Insomma, da modello di evoluzione il mouse è diventato un mezzo che in molti avvertono come obsoleto. Obsoleto ma ancora dominante, soprattutto per i tanti miglioramenti tecnici che oltre alla moltiplicazione dei tasti hanno portato al puntamento via laser, all’eliminazione del cavo di collegamento con il pc, all’uso dei sensori di movimento per fare a meno del piano di appoggio. Per introdurre nuovi verbi, continuando sulla falsa riga di Wight, servono altri metodi.

Poco importa che si tratti delle superfici multitouch della Apple, come quella dell’iPhone ora presente sugli ultimi portatili, fino a Surface e a Windows 7, il nuovo sistema operativo di Microsoft che dovrebbe riportare alla luce i computer tattili, vecchia intuizione della Hewlett-Packard dei primi anni Ottanta. L’idea condivisa è quella di imporre un linguaggio più naturale nel rapporto fra uomo e tecnologia, fatto di gesti semplici, che non richieda alcuna forma di apprendimento. Peccato che non sempre nell’industria dell’hi-tech le cose migliori o più intelligenti finiscono per prevalere.


(Fonte: Computermente)
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