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“Diritti d’autore: governare la Rete significa ucciderla?”

14 Nov/08

LA STAMPA Gli autori, gli editori, i produttori, insomma l’intera industria dei contenuti ci è cascata dentro fino in fondo. Nella rete. Quella digitale. E non riesce a districarsene. Un intrico di tecnologie sempre più efficaci e pervasive, norme, interessi economici prevalenti, forse anche strategie di marketing e offerte legali partite in ritardo, hanno fatto sì che ormai l’intera filiera dei contenuti creativi abbia subito dagli scaricamenti illegali di opere tutelate, danni incalcolabili. Un’opinione pubblica che fa leva sulla “libertà del consumatore” di scaricare dalla rete opere protette senza corrispondere alcunché perché “la cultura deve essere libera e gratuita”, ha fatto il resto. Così oggi, per comprare una valigia on line, un biglietto aereo, un orologio…si ritiene giusto dover prima pagare, mentre per una canzone, un film, un testo letterario si sostiene di no: la merce “mercantile” va rispettata, la più “spirituale” opera dell’ingegno, no. C’è qualcosa di straordinario in questo ribaltamento di prospettiva, tant’è che qualcuno si è spinto a prospettare la formula del “sulla rete tutto (film, musica, foto ecc.) libero, salvo avvertenza contraria”. Come se su un’ automobile parcheggiata o su un cavolfiore al mercato, dovesse campeggiare la scritta “vietato appropriarsene senza pagare”, altrimenti, senza avvertenza, ognuno può prendersi ciò che vuole. Si legga, in questo senso, il bel pamphlet “La gratuità è un furto”, scritto da Denis Olivennes, Direttore del “Nouvel Observateur”, pubblicato ora in Italia da Scheiwiller.

Va da sé che il problema sta nella riproducibilità estrema, che cambia radicalmente i connotati del consumo culturale nella rete. E’ questo il confine: non etico, non giuridico, non estetico. Bensì materiale. Un confine che fa apparire naturale la sottrazione: mi approprio di tutto ciò che è immateriale perché posso farlo, in barba al lavoro di chi ha scritto, filmato, prodotto, diffuso. E se questo è l’effetto immediato, fa specie che un effetto, invece più mediato, sia quello di piegarsi acriticamente al diktat tecnologico, agitando per di più il vessillo della libera circolazione della cultura. Se fosse clonabile un’ auto, l’industria automobilistica chiuderebbe e milioni di persone perderebbero il loro lavoro, con la scusa del diritto alla mobilità.

Chiamare pirati i ragazzini che scaricano illegalmente file musicali e cinematografici da magazzini digitali sempre più vasti, non risulta certo facile. E nemmeno giusto. Il peer to peer ha creato una ricchezza d’offerta ineguagliabile, i ragazzini (ma non solo loro) scaricano per uso personale (senza lucro come fanno invece i veri pirati) assemblano e spesso trovano ciò che in catalogo non c’è più. E allora perché criminalizzarli? Le leggi attuali in tutto il mondo sono severe, prevedono multe a tre zeri e anche sanzioni penali, ma forse proprio per questo sembrano difficilmente applicabili ai singoli. Negli Stati Uniti s’è scelta la via di alcune sentenze esemplari per dare un segnale. Ma è questa la strada? Che fare? Rassegnarsi alla sottrazione continua (come se in una libreria si tollerasse il furto di libri perché si leggono o, in un negozio, di maglioni perché s’indossano)? Limitarsi a dire che la rete ha stravolto tutto e che quindi i diritti d’autore (solo quelli, mentre tutti gli altri diritti di proprietà, dai costi degli abbonamenti, ai computer, alle memorie ecc. vanno invece rispettati) così come sono attualmente, non servono più a niente, senza per altro offrire alternative concrete e praticabili? Cercare qualche soluzione, evitando di disturbare troppo i manovratori delle industria tecnologica che fanno utili a palate anche e soprattutto grazie agli scaricamenti illegali? Evitare di urtare politici sensibili al consenso di massa dei navigatori-consumatori?

Dopo un decennio di spolpamento degli autori, degli editori e dell’industria dei contenuti, qualche proposta, non per distruggere ma per governare il fenomeno del peer to peer si va configurando, come è emerso dai lavori delle Stati Generali del Cinema a Roma, che hanno riunito autori, produttori, internet provider, specialisti di sicurezza informatica, associazioni di consumatori, ingegneri e esperti in diritto d’autore.

Nel mondo si prospettano a breve (Francia, Gran Bretagna) o sono già operative (Olanda, Nuova Zelanda, Australia, Giappone) leggi, accordi o codici di comportamento che in sostanza si fondano sulla cooperazione tra autori, industria dei contenuti e internet provider, coloro cioè che incassano dal “cittadino-consumatore” le quote per gli abbonamenti con cui si viene connessi alla rete. Il sistema, in sintesi, prevede che, direttamente o indirettamente (tramite Autorità terze) verrà inviato per due volte, a chi scarica illegalmente opere tutelate, un avviso-richiamo. Alla terza infrazione si potrà procedere al taglio del servizio. Si tratta d’una specie di patente a punti, che tende a informare e responsabilizzare l’utente tramite una serie d’avvisi. I rappresentanti dei produttori si sono detti favorevoli a questa via. Gli internet provider si sono invece dichiarati d’accordo con l’invio degli avvisi, ma non con gli eventuali tagli del servizio. Dello stesso parere, il Professor Juan Carlos De Martin del Politecnico di Torino, storico sostenitore della flessibilità dei diritti d’autore per l’on-line (secondo il sistema dei cosiddetti Creative Commons) che ritiene eccessivamente sanzionatorio e non ben normato il taglio d’un servizio fondamentale per il cittadino qual è internet, concordando sulle censure dichiarate in questo senso dal Parlamento Europeo. Lo stesso De Martin, si è detto invece, favorevole a un sistema di licenza legale che a fronte di un pagamento forfettario da parte di chi incassa gli abbonamenti (gli internet provider) permette gli scaricamenti di opere tutelate. Anche il rappresentante della Federazione degli Autori di Musica Italiani (raccoglie in pratica la maggioranza degli autori musicali italiani) Franco Micalizzi e lo sceneggiatore Francesco Scardamaglia a nome dei Cento autori, si sono dichiarati d’accordo con questa ultima ipotesi. Insomma libertari della rete e detentori dei diritti si sono trovati, per una volta, insieme.

Per la SIAE, è di estrema importanza che si cominci concretamente a parlare delle soluzioni in campo, perché i lamenti finora non sono serviti a molto e “il contatore” delle connessioni a internet continua a scattare, mentre il consumatore continua a pagare le connessioni, con le quali può scaricare musiche, film, canzoni senza corrispondere alcun diritto. A tutto vantaggio dell’industria tecnologica, non di chi ha lavorato e lavora ai contenuti. Insomma, continua la prevalenza assoluta del contenitore sui contenuti con buona pace di chi lavora proprio a questi ultimi.


(Fonte: Computermente)

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