Internet

Informatizzazione della burocrazia uno spreco da quasi sei miliardi

7 Mar/08

Cliccando cliccando, abbiamo mangiato, alla tavola imbandita dall’Europa, circa tre miliardi e mezzo di euro. Con un altro clic abbiamo completato l’abbuffata grazie alle ulteriori risorse nazionali: due miliardi di euro e spiccioli. In pochi anni, meno di sei, la Pubblica amministrazione ha arraffato, nel magico mondo di internet, quasi sei miliardi di euro. Arraffati, sì. Ingoiati e anche digeriti. Siti, portali, sportelli, reti civiche. Un paradiso informatico nella Pubblica Amministrazione, soldi a fiumi, champagne per tutti. Così tanti che qualcuno non è riuscito proprio a farcela.

La Sicilia per esempio ha potuto spendere solo una cinquantina di milioni di euro sui cinquecento a disposizione. Li ha spesi forse male, ma si è fermata subito c’è da dire. Con un clic ogni siciliano avrebbe dovuto accedere all’amministrazione regionale e locale, richiedere e ottenere certificati e permessi, dichiarazioni e attestati. Una piattaforma telematica integrata (Pti) avrebbe dovuto consentire ogni sorta di trasferimento dati, ogni tipo di accesso, di ricovero e di smistamento nella sanità pubblica. 190 milioni di euro tra software, reti, collegamenti. Tutto previsto, deciso, concordato: data di inizio (2001) e data di fine lavori: 31 dicembre del 2006. Niente, oggi non c’è niente.

Purtroppo i soldi erano tanti e le competenze impegnate altrove. C’è stato però nel tempo un flusso interessante e creativo di comunicazioni, per posta e per fax, il caro vecchio fax. Ingegneri, web designer, informatici specializzati, segretari, assistenti, consulenti e assessori. Hanno scritto, si sono parlati, hanno chiarito, convenuto e confermato. Cinque anni di chiacchiere, solo chiacchiere per posta e per fax, sono costati due milioni e mezzo di euro. Troppo direte?

Ma non è niente invece. La Sicilia, stanca di sentirsi sempre sul banco degli accusati ha deciso di stornare i fondi, di attendere, non spenderli. Ha creato infatti due società (pubbliche naturalmente) le ha chiamate nel modo dovuto (Sicilia e-innovazione; Sicilia e-servizi) e le ha riempite di soldi. Stanno lì: intanto pagano gli stipendi dei dirigenti, le indennità dei consiglieri. Soppesano, valutano, riflettono. Aperta parentesi: in Italia, secondo una recente ricognizione della Corte dei Conti, sono nate e poi cresciute tante società pubbliche da dare nuovi oneri insieme a un ufficio ben remunerato a 17.500 consiglieri di amministrazione. Tutti politici-imprenditori.

La cifra, fotografata al giugno di quest’anno, è naturalmente stata superata giacché la creazione di queste Spa procede quotidianamente a ritmi vertiginosi. In genere vengono sistemati gli ex, i trombati. La Sicilia ha voluto vederci chiaro e ha pubblicato la lista delle sue società: sono solo 22 (ventidue) e soltanto 91 i presidenti, i loro vice e i consiglieri di amministrazione. Molti, ma nemmeno tanti gli ex. L’ex presidente della Regione Mario D’Acquisto, già fedelissimo di Salvo Lima, (presiede Italia Lavoro Sicilia SpA); l’ex presidente della Regione Matteo Graziano, oggi dirigente della Margherita, amministratore delegato della Multiservizi SpA. All’innovazione la Sicilia ha scelto di puntare anche su Nunzio Romeo, candidato trombato a sindaco di Messina (il suo motto: “né di qua né di là“) fedelissimo di Raffaele Lombardo. Consigliere di amministrazione e soltanto 35mila euro all’anno di indennità. Nell’altra società pubblica che dovrebbe mettere in rete la macchina burocratica il governo di Cuffaro ha scelto anche questa volta sfogliando i curricula: Vincenzo Lo Monte, fratello di Carmelo, ex assessore regionale. E’ solo consigliere e l’indennità rasenta i minimi storici: 23mila euro l’anno.

Ma abbiamo detto che i siciliani in tema di innovazione tecnologica, modernità e apertura alle nuove frontiere telematiche non sono secondi a nessuno. Infatti hanno creato una terza società, la Risem che sta per Ricerca Innovazione Sicilia Euromediterranea. Leggiamo tutto d’un fiato – si è infatti voluto risparmiare anche sulla puntaggiatura – la mission aziendale: “La Risem è una società consortile per azioni che si propone, senza scopo di lucro, la promozione, la realizzazione e il coordinamento delle iniziative dirette a favorire in Sicilia l’aggregazione di attività di ricerca quale elemento determinante dei processi di innovazione e di trasferimento di tecnologie ai singoli sistemi di produzione e di commercializzazione allo scopo di agevolare lo sviluppo di nuove iniziative imprenditoriali e di favorire la crescita dell’intero sistema produttivo regionale”. Meno problematico contare il numero dei consiglieri di amministrazione: undici, tra cui un ex assessore provinciale di Messina (36mila euro annui).

Ricapitoliamo: in Sicilia ci sono due società pubbliche che hanno l’obiettivo di infrastrutturare le reti telematiche e generare i servizi al cittadino, renderli trasparenti, percepibili in tempo reale senza mediazioni (e-democracy!), e una terza comunque dedicata allo scopo. Tutte e tre hanno fior di consigli di amministrazione. Ci sono i soldi che però non riescono ad essere spesi. Dei 500 milioni di euro, due milioni e mezzo, come abbiamo detto, sono andati via per servizi di posta e fax e un’altra cinquantina per acquisto di “server e postazioni di lavoro”. Il restante è sigillato. Malgrado tutto almeno i computer ci sono e anche la regione ha il suo bel portale. Le comunicazioni sono state garantite. E infatti…

Ad ottobre scorso un cronista del Giornale di Sicilia ha inviato un po’ di mail agli uffici regionali: “C’è posta per te”. Ha atteso un’ora e due; un giorno e due. Poi ha telefonato: dottoressa, le avrei inviato una mail. La funzionaria, stupìta: “Guardi che non arrivano le mail. Le do quest’altro indirizzo”.

In attesa che nell’isola almeno le mail giungano a destinazione, il resto d’Italia si muove, eccome se si muove. Vediamo un po’ come.

Si parte da Roma, il centro nevralgico, il propulsore del flusso finanziario. Nella Capitale ha inizio (e fine) l’esperienza sprecona meglio riuscita. Non bisogna mai rinunciare a ricordare l’incredibile vertigine che l’ex ministro per l’alfabetizzazione informatica, Lucio Stanca, determinò avviando quello che negli anni è divenuta la stella polare della dabbenaggine, il più luminoso e inarrivabile esempio di come si possa uccidere la ragione, il buon senso, persino il decoro pubblico. “Un clic e accendi l’Italia”. Italia.it doveva esibire la ricchezza dell’offerta turistica del sistema nazionale. Il ministro succeduto a Stanca, Francesco Rutelli, ha dovuto in tutta fretta inviare le carte alla Corte dei Conti per non bruciarsi le dita. Il portale italiano ha ingoiato risorse ancora non definite esattamente (siamo, forse, sui 9 milioni di euro), ma superiori per dimensioni alla più grave delle ipotesi sul campo. Un impazzimento collettivo, concluso con la certificazione di morte del portale.

Come l’America voleva esportare la democrazia in Iraq, così l’Europa sei anni fa decise di esportare trasparenza, velocità, semplificazione nella pubblica amministrazione. La chiamò società dell’informazione. “Dalle code al clic”, citava un fortunato refrain dell’epoca. Iniziò la Calabria con un faraonico quanto inconcludente progetto di rete telematica (Telcal si chiamava). Poi a ruota il resto d’Italia. Sprechi grandi e piccini. Interi reparti nella pubblica amministrazione dedicati allo scopo: Cmsi, Cnipa, Cst, Dit. Acronimi che indicano uffici, centri nazionali o territoriali, amministratori, funzionari. Un mondo nuovo, la burocrazia del clic.

Il ministro delle Attività produttive Bersani decise di concentrare in uno sportello unico (e telematico!) tutte le informazioni necessarie per rendere un imprenditore felice con un clic. Centralizzare le informazioni, velocizzarle, renderle trasparenti e democratiche. Perfetto. Quanti sono gli sportelli che funzionano? Chi vi accede?

Ogni burocrazia ha resistito strenuamente e mantenuto le sue competenze, ogni ufficio le sue code, ogni dirigente le sue scartoffie. Tempo perso, soldi persi, inghiottiti. Le reti civiche: ogni comune ha avuto il suo sito. Adesso sono lì, pieni di polvere, già vecchi e inutili.

Internet è stata spesso (eccezioni virtuose non mancano certo) una corsa senza una bussola, il più delle volte un tesoro da consegnare alle poche multinazionali che hanno realizzato chiavi in mano un prodotto non richiesto a gente inesperta e totalmente incapace di verificarne la bontà. Sistemi informatici complessi, catene di accesso dedicate ma spesso irragiungibili, password cieche, piloni di computers in molti casi lasciati ancora imballati. Sigillati, imbalsamati. Carenza di controlli, di interesse. Mancanza del minimo senso del bene comune.

Un clic, s’era detto. E’ stato un clic su un’Italia spenta.

Letto su la Repubblica.it


(Fonte: Computermente)

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